Il controllo giurisdizionale della Cassazione sulle decisioni del Consiglio di Stato.

Corte di Giustizia Europea, Grande Sezione, Sentenza 21 dicembre 2021.

Le annose questioni relative all’intersecarsi tra la giurisdizione amministrativa e quella ordinaria hanno trovato un’ulteriore declinazione nella vicenda qui in commento, ove ci si è spinti sino ad interrogarsi circa la possibilità di riconoscere competente l’organo giurisdizionale supremo nazionale  ad esercitare un controllo di tutela giurisdizionale sulle sentenze pronunciate dal supremo organo della giustizia amministrativa nazionale, per garantire la tutela giurisdizionale effettiva richiesta dal diritto dell’Unione europea.

La vicenda in esame trae origine da una procedura di gara per un appalto pubblico da aggiudicare in base al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, con previsione di una soglia di sbarramento per le offerte tecniche, in cui una delle partecipanti veniva esclusa, senza neppure essere ammessa alla fase successiva antecedente l’aggiudicazione finale, poiché la sua offerta aveva ottenuto un punteggio inferiore a quello corrispondente alla predetta soglia di sbarramento.

La partecipante esclusa ricorreva dapprima al Tribunale amministrativo regionale competente, contestando, da un lato, la propria esclusione e dall’altro, la regolarità della procedura. Il TAR adito, ritenuto che la ricorrente avesse legittimamente partecipato alla gara e ne fosse stata esclusa a causa della valutazione negativa dell’offerta, pronunciandosi dunque per l’ammissibilità del ricorso, valutava nel merito i motivi addotti, respingendoli integralmente.

In seguito, la partecipante esclusa proponeva appello innanzi al Consiglio di Stato, che, sempre muovendo dall’avvenuta esclusione, non solo respingeva nel merito l’appello proposto, ma addirittura riformava la pronuncia del TAR ritenendo l’appellante neppure legittimata a contestare nel merito gli esiti della gara. Più precisamente, l’appellante, poiché esclusa per non aver ottenuto il punteggio minimo richiesto dalla soglia di sbarramento e, non essendo stata in grado di dimostrare l’illegittimità della gara quanto all’attribuzione del predetto punteggio, di per sé era portatrice di un mero interesse di fatto, analogo a quello di qualunque altro operatore economico del settore non partecipante alla gara.

Avverso tale ultima pronuncia, la partecipante esclusa proponeva ricorso innanzi alla Corte suprema di Cassazione, lamentando la violazione del diritto ad un ricorso effettivo, di cui all’art. 1 della direttiva 89/665 e sostenendo che tale circostanza costituisse uno dei motivi inerenti alla giurisdizione ex art. 111 comma 8 Cost., per i quali è previsto il ricorso in Cassazione contro le decisioni del Consiglio di Stato.

Innanzi a tale eccezione, veniva adita la Corte di Giustizia Europea ed il giudice del rinvio interrogava l’organismo europeo proprio sulla questione relativa alla possibilità di ricorrere alla Suprema Corte nazionale per tutelare il diritto ad un ricorso effettivo, nonostante la giurisprudenza della Corte Costituzionale italiana, sent. n. 6/2018, abbia stabilito che, allo stato, non sia ammissibile equiparare un motivo vertente su una violazione del diritto dell’Unione a un motivo inerente alla giurisdizione, ai sensi dell’art. 111 comma 8 Cost.

Al fine di risolvere la questione prospettatale, la Corte di Giustizia Europea, muove innanzitutto dall’individuazione precisa della normativa europea di interesse, estrapolandone i principi rilevanti e analizzando dettagliatamente la riconducibilità del sistema di tutela giurisdizionale offerto dallo Stato membro al diritto sovranazionale, così come interpretato dalla Corte.

Per quanto concerne la normativa applicabile al caso di specie, la Corte richiama l’art. 4, paragrafo 3 3 l’art. 19, paragrafo 1 TUE, nonché l’art. 1, paragrafi 1 e 3, della direttiva 89/665, letto alla luce dell’art. 47 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea.

In merito all’art. 19 paragrafo 1 TUE, questo obbliga tutti gli Stati membri a stabilire rimedi giurisdizionali necessari per assicurare ai singoli, nei settori disciplinati dall’Unione Europea, il rispetto del loro diritto a una tutela giurisdizionale effettiva. Ciò detto, il legislatore europeo lascia ampia discrezionalità agli Stati membri circa l’individuazione dei rimedi processuali e giurisdizionali attraverso i quali attuare tale principio, salvo sempre il possibile vaglio da parte della Corte di Giustizia.

Una volta accertata, dunque, la possibilità in linea di massima degli Stati membri di poter organizzare la tutela giurisdizionale in maniera discrezionale, ivi inclusa dunque anche la previsione di un sistema di preclusioni per l’impugnazione delle decisioni del supremo organo della giustizia amministrativa da parte del supremo organo della giustizia ordinaria, la Corte analizza l’idoneità del sistema italiano a garantire la tutela del diritto ad un ricorso effettivo di matrice unionale, attraverso il vaglio della conformità ai principi di equivalenza ed effettività.

Per quanto riguarda il principio di equivalenza, la Corte rileva che l’art. 111 comma 8 Cost. limita, con le stesse modalità, la possibilità di ricorrere in Cassazione avverso le decisioni del Consiglio di Stato, indipendentemente dal fatto che tali ricorsi siano basati sulla violazione della normativa nazionale o del diritto dell’Unione.

Con riferimento al principio di effettività, la Corte evidenzia che il diritto dell’Unione europea non obbliga gli Stati membri a istituire mezzi di ricorso ulteriori a quelli già esistenti, salvo che il sistema renda impossibile o estremamente difficile l’effettiva tutela dei diritti accordati a livello sovranazionale. Nel sistema italiano, però, la tutela giuridica dei diritti garantiti dall’Unione Europea viene comunque consentita, essendovi un giudice precostituito per legge, nonché la previsione dettagliata dei rimedi giurisdizionali esperibili.

Inoltre, un obbligo nel senso di istituire nuovi rimedi giurisdizionali non può neppure essere ravvisato nell’art. 4, paragrafo 3 TUE, ove si prescrive agli Stati membri di adottare ogni misura di carattere generale e particolare volta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle Istituzioni dell’Unione, dovendo ritenersi soddisfatto tale requisito ove i rimedi già esistenti appaiano idonei al raggiungimento di tale scopo.

Con riferimento alla norma di cui all’art. 1, paragrafo 1 della direttiva 89/665, letta alla luce dell’art. 47 della Carta, anche tale requisito pare essere del tutto soddisfatto, attesa la sussistenza di un giudice precostituito per legge al quale i singoli possono facilmente rivolgersi, non potendosi rinvenire, come già riferito, un divieto per lo Stato di prevedere limitazioni in ordine a ulteriori valutazioni sulle decisioni del supremo organo della giustizia amministrativa.

Alla luce delle motivazioni sopra esposte, dunque, la Corte di Giustizia Europea concludeva dunque per la legittimità del sistema di preclusione individuato ai sensi dell’art. 111 comma 8 Cost., così come interpretato dalla giurisprudenza nazionale, non ravvisando nessuna lesione del diritto ad un’effettiva tutela, ove impedita la possibilità di ricorrere al supremo organo della giurisdizione amministrativa avverso ad una decisione del Consiglio di Stato.

Ciò detto, la Corte opera però una valida censura alle decisioni adottate sia dal TAR che dal Consiglio di Stato, cogliendo nuovamente l’occasione per ribadire la portata del concetto di “partecipante escluso”. Ed infatti, l’esclusione ad una gara per un appalto pubblico ai sensi del diritto europeo, non può e non deve essere determinata dal semplice mancato raggiungimento di eventuali criteri richiesti, bensì  l’esclusione di un offerente è definitiva, sino a quel momento ancora sussistendo dunque un vero e proprio interesse legittimo, se l’esclusione stessa è stata comunicata ed è stata ritenuta legittima da un organo di ricorso indipendente o se non può più essere oggetto di una procedura di ricorso.

Avv. Valentina Preta

Tassazione immobili in Italia (IMU) per soggetti stranieri

La Legge di Bilancio 2022 (comma 743 dell’articolo 1 della L. num. 234/ 2021) contiene novità per alcuni soggetti non residenti nel territorio dello Stato relativamente alla imposta sugli immobili (IMU). Questa, che nella legge di bilancio dell’anno precedente era prevista come decurtata al 50 per cento, attualmente viene diminuita al 37,5 per cento.

Da un punto di vista soggettivo possono beneficiare di detta agevolazione i pensionati residenti all’estero, cioè i soggetti titolari di una pensione maturata in regime di convenzione internazionale con l’Italia. Dette persone devono essere non residenti in Italia e invece residenti in uno stato estero di assicurazione. Importante ai fini della residenza è che non è necessaria l’iscrizione all’AIRE (Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero), cioè teoricamente detta agevolazione può spettare anche a soggetti pensionati di nazionalità non italiana (e per esempio tedeschi) che siano proprietari di un unico immobile in Italia. Sotto il profilo oggettivo detta agevolazione è applicabile solo ad un’unica unità immobiliare deputata ad uso abitativo. È necessario infatti, che l’immobile relativamente al quale sia dovuta l’IMU non sia affittato o concesso in comodato d’uso. Inoltre l’immobile in agevolazione deve essere posseduto in qualità di proprietari o di usufruttuari.

Giurisdizione e connessione di causa

Nelle controversie transfrontaliere, in cui sono coinvolte società con sedi in diversi paesi, le questioni di giurisdizione svolgono sempre un ruolo determinante, non solo in seno al giudizio bensì anche in una fase stragiudiziale prodromica allo stesso e nel momento della scelta del foro da adire. In altri termini l’arte del forum shopping, se ben conosciuta, agevola la soluzione delle cause.

Segnaliamo un’interessante attualissima sentenza della Corte di cassazione italiana – sezioni unite civili – num. 4294/2022. Una società di modellistica di diritto italiano incardinava un giudizio di accertamento negativo della contraffazione di diritti di privativa industriale contro due società: la Ferrari spa – di diritto italiano, con sede in Italia e la Ferrari Idea s.a., di diritto svizzero con sede a Lugano. Entrambe queste società avevano diffidato la società italiana di modellistica ad interrompere l’utilizzo del marchio “Ferrari”, inviando medesime diffide anche al rivenditore e al distributore inglese (luogo di distribuzione dei prodotti). Costellazione internazionale della vicenda che veniva sottoposta dall’attrice all’attenzione dei giudici italiani. L’eccezione di giurisdizione sollevata dalle società Ferrari veniva in I e II grado rigettata dai giudici emiliani, pertanto si arrivava in Cassazione. Anche in tale fase si confermava la giurisdizione italiana, quale correttamente adita e ciò sulla base di ragioni di connessione e di esigenze prioritarie di coerenza di giudicati. Gli ermellini hanno fondato la giurisdizione italiana sulla base dell’Art. 6 della Convezione di Lugano del 16.09.1988, che concerne proprio la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e le esecuzioni delle decisioni in materia civile e commerciale in relazione agli stati coinvolti (Italia e Svizzera), convenzione parallela alla Convenzione di Bruxelles del 27.09.1968 (sebbene entrambe superate da strumenti più aggiornati, nel caso di specie applicabili per ragioni temporali). Ai sensi di detto articolo un soggetto convenuto potrà essere citato (anche) – in caso di pluralità di convenuti – davanti al giudice nella cui circoscrizione è situato il domicilio di uno di essi. Pertanto, avendo la Ferrari spa sede legale in Italia ed essendo essa una delle due società coinvolte (invero le diffide stragiudiziali venivano inoltrate da entrambe le società Ferrari) ciò rendeva possibile l’incardinazione del giudizio in Italia, per ragioni di connessione soggettiva e oggettiva. La Cassazione si indirizzava in tal senso proprio applicando la propria giurisprudenza precedente sulla parallela Convenzione di Bruxelles, chiarendo quindi che presupposti per poter chiamare in giudizio in Italia un soggetto non residente per ragioni di connessione sono: la presenza del vincolo di connessione delle domande sin dal momento del loro esperimento e l’esistenza di un interesse ad una istruttoria ed una pronuncia giudiziale unica, che argini il rischio di decisioni incompatibili. Mentre non sarebbe necessario effettuare ulteriori verifiche sul forum shopping e cioè se le domande siano state presentate “esclusivamente allo scopo di sottrarre uno dei convenuti ai giudici dello Stato membro in cui egli ha il suo domicilio”. Prevalente pertanto è la ratio della opportunità di trattare e decidere congiuntamente cause legate da vincoli di connessione soggettiva e/o oggettiva per evitare situazioni incompatibili, qualora le cause fossero trattate separatamente. Interessante in ultimo anche l’argomentazione che ha portato ad escludere la possibilità di fondare la giurisdizione adita sulla base dell’art. 5 della citata Convenzione di Lugano, in base al luogo in cui è avvenuto l’evento dannoso. Nei motivi del ricorso per cassazione infatti, si indicava solo l’erronea applicazione dell’art. 6 della Convenzione di Lugano e non si riprendevano più le censure sotto l’altro profilo dell’Art. 5, pertanto la Cassazione ,“in presenza di una duplice ratio, di cui anche una sola inadeguatamente attaccata (Art. 6)”, atteso che questa risultasse idonea da sola a sorreggere la decisione e che l’omessa impugnazione dell’altra (Art. 5) fosse da valutare quale difetto di interesse, ha tralasciato la trattazione della censura non ripresa nel ricorso in cassazione.

Si osserva quindi ancora una volta quanto sia importante avere dimestichezza con le questioni di giurisdizione: lo studio A&R Avvocati Rechtsanwälte, con la propria esperienza pluriennale, volentieri si rende disponibile ad assisterVi in simili questioni transfrontalieri di notevole delicatezza.

L’entrata in vigore del D.L.vo n. 198/2021 in materia di pratiche commerciali sleali nella filiera agricola e alimentare

Il 15 dicembre 2021 sono entrate in vigore le nuove disposizioni afferenti alle pratiche commerciali sleali in attuazione della Direttiva UE 2019/633 del Parlamento europeo e del Consiglio nonché attuativo dell’art. 7 della L. n. 53/2001 in materia di commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentari.

Le nuove disposizioni si applicano ai contratti di cessione “business to business” dei prodotti agricoli e alimentari a decorrere da tale data. Invece, per quanto riguarda i contratti già in essere viene concesso un termine di sei mesi per permettere di renderli conformi alle disposizioni del decreto.

In primo luogo, il D. L.vo 198/2021 definisce il concetto di “prodotti agricoli e alimentari deperibili”. Invero, in precedenza essi venivano definiti dall’art. 62 del D.L. n. 1/2012. Tuttavia, il presente decreto va ad abrogare la precedente definizione adottando quella riportata dalla Direttiva UE 2019/633 secondo cui: “’prodotti agricoli e alimentari deperibili’: (sono) i prodotti agricoli e alimentari che per loro natura o nella fase della loro trasformazione potrebbero diventare inadatti alla vendita entro 30 giorni dalla raccolta, produzione o trasformazione”. Sotto il profilo delle disposizioni contrattuali è necessario rispettare i principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni in tutte le fasi contrattuali. A tal fine, il decreto impone di formulare obbligatoriamente i contratti di cessione per iscritto. In particolare, si evidenzia l’aspetto afferente alla statuizione del prezzo dei prodotti agricoli e alimentari. esso deve essere stabilito per iscritto a maggior tutela del piccolo produttore. A tal scopo, forme considerate idonee a contenere detto tipo di pattuizione sono anche i documenti di trasporto, di consegna, fatture e ordini di acquisto. Invece, con riferimento alla durata dell’accordo, essa non può essere inferiore ai dodici mesi.

Poi, all’art. 4 e 5 il decreto riporta un elenco di pratiche sleali. Le pratiche elencate all’art. 4 si possono suddividere in due tipi: le pratiche sleali vietate ergo tassativamente considerate sleali (ad es. il versamento del prezzo dopo trenta giorni dalla consegna per i beni deperibili ovvero dopo sessanta giorni per quelli non deperibili) e in quelle considerate sleali se non espressamente pattuite in precedenza, per iscritto, nel contratto di cessione (ad es. la restituzione dei prodotti agricoli rimasti invenduti senza corresponsione del prezzo per tali prodotti o il loro smaltimento). All’art. 5 sono invece riportate ulteriori condotte scorrette di cui alcune coincidono con quanto già disciplinato dall’oggi abrogato art. 62 del D.L. n. 1/2012.

Il decreto in esame pone infine una norma imperativa a disciplina delle vendite sottocosto dei prodotti agricoli ed alimentari freschi e deperibili. Esse sono consentite solamente nel caso in cui il prodotto invenduto si trovi a rischio di deperibilità ovvero in caso di operazioni commerciali già programmate in forma scritta tra le parti. Vige altresì il divieto di far ricadere sullo stesso fornitore le conseguenze economiche che discendessero da un eventuale deperimento o perdita dei prodotti agricoli e alimentari. In caso di violazione di questa norma, si avrà dunque una sostituzione di diritto ai sensi dell’art. 1339 c.c. con il prezzo risultante dalle fatture d’acquisto o quello calcolato sui costi medi di produzione. L’autorità di contrasto deputata al controllo e all’irrogazione di sanzioni in caso di rilevazione di violazioni del decreto in esame è l’ICQRF che può avvalersi dell’Arma dei Carabinieri oltre che della Guardia di Finanza. Permangono comunque le funzioni e le competenze dell’AGCM già previste dalla legge vigente (cfr. art. 18 D. L.vo n. 206/2005).

L’introduzione nel nostro ordinamento della normativa in esame, sebbene diretta ad una maggior tutela del contraente debole (il piccolo fornitore) e ad un principio di certezza dei rapporti giuridici, si può ritenere presenti anche alcuni aspetti di criticità, che verranno con buona probabilità disvelati in sede di controllo e successiva irrogazione delle relative sanzioni. Tra questi, è possibile supporre che le aziende acquirenti medio grandi dovranno affrontare una pressoché totale riorganizzazione dei propri contratti e processi interni di gestione degli stessi nonché dei pagamenti che dovranno obbligatoriamente intervenire entro trenta ovvero sessanta giorni dalla consegna, a seconda del tipo di prodotto oggetto di cessione.

A tal proposito, in totale assenza di giurisprudenza nonché di circolari esplicative o linee guida, è consigliabile adattare i propri processi interni nonché gli stipulandi contratti con i fornitori alla nuova normativa.

Detto ciò, suggeriamo di ricorrere all’ausilio di esperti del settore, come i professionisti dello studio A&R Avvocati Avvocati Rechtsanwälte, i quali grazie ad una pluriennale esperienza nell’ambito agroalimentare, Vi potranno fornire soluzioni su misura, al fine di adattare al meglio le nuove disposizioni alle Vostre esigenze aziendali.

Avv. Diana Tommasin

Efficacia del certificato successorio europeo: il punto della Corte di Giustizia Europea.

Con una recente pronuncia dello scorso luglio, la Corte di Giustizia Europea ha posto alcuni punti fermi con riguardo all’efficacia del certificato successorio europeo, strumento introdotto con il Regolamento n. 650/2012 al fine di agevolare e semplificare le procedure connesse a successioni transfrontaliere.

La decisione in esame muove dagli interrogativi sottoposti alla Corte di Giustizia dall’ Oberster Gerichtshof, der Republik Österreich, ossia la Corte Suprema dell’Austria, la quale con domanda di pronuncia pregiudiziale sottoponeva la questione vertente sull’interpretazione dell’art. 63, dell’art. 65 paragrafo 1, dell’articolo 69 e dell’articolo 70, paragrafo 3, del Regolamento n. 650/2012, relativo alla competenza, alla legge applicabile, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni e all’accettazione e all’esecuzione degli atti pubblici in materia di successioni e alla creazione di un certificato successorio europeo.

In breve, la Vorlarlnerger Landes-und Hypothekenbank sottoponeva a deposito giudiziario somme di denaro e titoli, in seguito alla richiesta di restituzione avanzata dal titolare degli stessi e dai figli di quest’ultimo.

In data 5 maggio 2017 il padre decedeva ed al fine di procedere con il rilascio delle somme, gli eredi ricorrevano all’Autorità giudiziaria producendo una copia autentica del certificato successorio europeo richiesto solo da uno dei due figli del de cuius e rilasciato da notaio, con periodo di validità illimitata. La richiesta dei ricorrenti veniva respinta sia in primo che in secondo grado, poiché si riteneva che solo colui che avesse chiesto il rilascio del certificato fosse in condizione di dimostrare i propri diritti, che il rilascio del certificato senza limiti di validità violasse l’art. 70 del Regolamento n. 610/2012, ove si prevede una periodo di validità di sei mesi e che, in caso di procedimento giudiziale la validità della copia prodotta dovesse perdurare sino al momento della conclusione dello stesso e non solo in quello della presentazione della domanda.

Di fronte a tali argomentazioni, in assenza di precisi riferimenti normativi, l’ Oberster Gerichtshof rimetteva al questione alla Corte di Giustizia, interrogandosi su tre punti fondamentali: nel caso in cui una copia del certificato sia stata rilasciata per una durata limitata, se questa possa considerarsi valida, se sì, per quanto tempo e a partire da quando e se la validità debba permanere per tutta la durata del procedimento o sia sufficiente che sussista solo al momento della presentazione della domanda.

I quesiti di cui sopra venivano affrontati dalla Corte di Giustizia attraverso un’analisi delle norme coinvolte, nonché della ratio sottesa non solo alle singole disposizioni, bensì all’intero impianto normativo del Regolamento n.650/2012.

Innanzitutto, infatti, si rammenta che l’intento delle disposizioni di cui al Regolamento in parola sono volte a facilitare i soggetti coinvolti in successioni transfrontaliere nell’esercizio dei loro diritti, in armonia con lo scopo ultimo proprio dell’Unione Europea, ossia la libera circolazione di persone e capitali.

Ciò detto, la Corte si sofferma sull’analisi dell’art. 70 del regolamento n. 610/2012, ove si prevede che la copia del certificato successorio europeo abbia una validità limitata a sei mesi, salvo eventuali proroghe o richiesta di una nuova copia. La motivazione alla base di tale circoscrizione temporale deriva dalla necessità di consentire una verifica periodica volta ad accertare che il certificato non sia stato revocato, modificato o rettificato, né tantomeno che i suoi effetti siano stati sospesi. Ed infatti, attesa l’importanza vitale dello strumento in esame per la facilitazione degli scambi nello spazio unionale e considerata altresì l’esposizione a possibili mutamenti anche significativi di questioni connesse con le vicende successorie, il legislatore europeo ha ben previsto la necessità, per la certezza dei traffici, di confinare la validità della copia di un certificato successorio europeo in un arco di tempo ben delineato.

Una volta compresa l’importanza dell’inquadramento temporale del periodo di validità e considerata la ratio di agevolazione sottesa all’intero impianto normativo in materia, la Corte ha concluso logicamente per la piena validità di una copia di certificato successorio europeo, la cui validità stessa era stata indicata quale illimitata, salvo limitarla ad un periodo di sei mesi, decorrenti dal momento del rilascio.

La necessità di agevolare e facilitare le procedure connesse a successioni transfrontaliere viene altresì posto alla base della soluzione all’ulteriore quesito circa il perdurare o meno della validità della copia del certificato per tutto il procedimento.  A tal proposito, la Corte ragionevolmente ritiene sufficiente che la validità sussista al momento della presentazione della domanda, poiché una soluzione contraria rischierebbe di pregiudicare gravemente i diritti degli eredi e degli aventi diritto, i quali non hanno nessuna influenza sulla durata dei procedimenti giudiziari. Inoltre, l’art. 71 del regolamento stesso fornisce un valido strumento di controllo circa la certezza della corrispondenza del contenuto della copia del certificato la cui validità sia scaduta al momento della decisione e il certificato successorio europeo, atteso l’obbligo per l’Autorità di rilascio di informare senza indugio di eventuali mutamenti di circostanze, con conseguente onere per gli informati di rendere note tali circostanze in sede di procedimento.

In ultimo, la Corte si sofferma sulla questione relativa ai soggetti nei cui confronti la validità della copia e del certificato europeo dispiega i propri effetti, concludendo, sempre in un’ottica di semplificazione e agevolazione, nel senso dell’efficacia nei confronti di tutti i soggetti aventi diritto, anche se non richiedenti, nominativamente indicati nel certificato successorio europeo.

La decisione di cui porta con sé una rilevante carica innovativa nell’ambito delle successioni transfrontaliere, uno strumento abbastanza recente nel panorama legislativo europeo e nazionale, i cui confini vengano man mano delineati sempre con maggior certezza, anche se molti sono ancora gli spazi di dubbio, per i quali si suggerisce di farsi assistere da professionisti del settore, come quelli del nostro studio A&R Avvocati Rechtsanwälte.

Avv. Valentina Preta

Elaborazione ed imbottigliamento del “Prosecco” all’estero. Una pratica non ammessa.

Non solo il caso Prosek sta impegnando il Ministero delle politiche agricole e forestali, il Consorzio a tutela del Prosecco e le Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Il Prosecco è ormai da anni campione a livello di export ma questo lo espone spesso al rischio di contraffazione e/o rivendicazioni più o meno legittimamente fondate da parte di aziende non ricomprese nell’area interessata dalla DOC ed IGP.

Recentemente si è posta la questione circa la possibilità di elaborare ed imbottigliare il “Prosecco” spumante e “Prosecco” frizzante in Germania. Tuttavia, il TAR Lazio ha confermato l’impossibilità di applicazione della deroga di cui all’art. 5, comma 3, dell’Allegato Annesso 1, del “Disciplinare Prosecco” che consentirebbe un’eventuale deroga.

Invero, un’azienda tedesca, la Peter Herres Wein und Sektkellerei GmbH che opera nel settore dell’elaborazione ed imbottigliamento di spumanti e vini frizzanti, già da decenni prima dell’emanazione del “Disciplinare di produzione della denominazione di origine controllata dei vini Prosecco” di cui al DM 17.07.2009, elaborava ed imbottigliava anche il “Prosecco” spumante e il “Prosecco” frizzante. Per tale ragione, vedendosi preclusa la possibilità di continuare ad operare nello specifico “settore Prosecco”, l’azienda tedesca presentava al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (“MIPAAF”) nonché alle Regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia una richiesta di autorizzazione individuale ai sensi dell’art. 5, comma 3, dell’Allegato Annesso 1, del DM 17.07.2009 (ovverossia del “Disciplinare Prosecco”) e dell’art. 6, ultimo comma, del Reg. CE n. 607/2009.

Il succitato articolo del Disciplinare Prosecco sanciva la possibilità da parte del Ministero di rilasciare delle autorizzazioni individuali a stabilimenti situati nelle province confinanti che provassero che si trattava di pratiche tradizionali risalenti a prima del 1° marzo 1986. Infatti, con questa autorizzazione in deroga la Peter Herres Wein und Sektkellerei GmbH avrebbe potuto continuare ad operare anche nel “settore Prosecco”. Ciò posto, sulla scorta dell’esperienza pluridecennale in produzione di Prosecco, antecedente al 1986, ne forniva una compiuta documentazione al MIPAAF documentando tale pratica “tradizionale”.

Tuttavia, il Ministero rigettava la richiesta dell’azienda tedesca, fondando detto rifiuto sia sul disciplinare Prosecco che sulla normativa nazionale afferente ai vini a denominazione di origine ed indicazione controllata nonché sulla scorta della documentazione DOC e IGP secondo cui, il Reg. CE n. 607/2009 all’art. 55 non contempli deroghe a consentire le operazioni di produzione fuori dal territorio nazionale. L’azienda tedesca promuoveva dunque ricorso avverso il diniego ministeriale avanti al TAR Lazio sulla scorta di cinque motivi, tre di natura processuale e due di natura sostanziale. I motivi di natura sostanziale sostenevano la violazione della precitata norma del disciplinare Prosecco in combinato disposto con l’art. 6 del Reg CE n. 607/2009 che costituisce il fondamento della normativa DOP e IGP, oltre al principio di libera circolazione delle merci, promuovendo altresì questione in via pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea ai sensi dell’art. 267 TFUE. Chiamato a pronunciarsi sulla questione, il TAR Lazio rigettava il ricorso della Peter Herres Wein und Sektkellerei GmbH, confermando il provvedimento di diniego emesso dal MIPAAF, per le seguenti ragioni.

Il TAR Lazio argomentando a partire dal Reg. CE n. 607/2009 che, a sua volta, costituisce un’eccezione al principio di libera circolazione delle merci. Invero, il regolamento sancisce come requisito essenziale la territorialità della produzione e trasformazione del prodotto. Essa non solo è un elemento costitutivo della protezione, ma tale legame con il territorio è rilevante anche ai fini di effettuare pregnanti controlli per verificare il rispetto degli standard di qualità. Peraltro, il Disciplinare Prosecco assoggetta le imprese produttrici a controlli effettuati dalle Autorità nazionali. Di conseguenza, anche concedendo l’Autorizzazione in deroga, l’azienda tedesca non potrebbe essere sottoposta al sistema di controlli ad opera dalle Autorità nazionali italiane previste per il Prosecco DOP e IGP.

Inoltre, il TAR specifica e definisce anche che, nel caso di specie non entra in considerazione l’istituto delle cd. DOP “transfrontaliere”, sebbene esse siano previste dal Precitato Regolamento. Infatti, il presupposto delle stesse è costituito dal fatto che la filiera necessariamente includa aree degli stati confinanti sin dall’origine della tutela offerta alla denominazione geografica. Ciò posto, nonostante il Disciplinare Prosecco all’art. 5 comma 3, dell’Allegato Annesso 1, consenta eccezioni territoriali previa autorizzazione, detta eccezione non è applicabile all’azienda tedesca. Invero, la base ampelografica e determinante la zona di produzione delle uve contenute nel disciplinare, indicano in modo preciso l’estensione della area di produzione che non ricomprende aree transfrontaliere ma si limita a precise province della Regione Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Di conseguenza, una eventuale autorizzazione in deroga potrebbe essere concessa a singole aziende situate nelle province confinanti alle aree di produzione tutelate dal Disciplinare prosecco ma non consente anche un’implicita estensione a territori non confinanti né tantomeno a territori/province situate in un altro Stato Membro dato anche il carattere strettamente nazionale della pronuncia autorizzativa (sottoposta ad autorizzazione ministeriale con previa opinione delle regioni interessate dalla denominazione) e il successivo sistema dei controlli su base esclusivamente nazionale.

In conclusione, per ragioni fondate sul Reg. CE n. 607/2009 che deroga il principio di libera circolazione delle merci, sul Disciplinare Prosecco che non ha una portata transnazionale, sul sistema autorizzativo e di controlli su base esclusivamente nazionale, nonché in ragione dei principi di affidamento del consumatore sugli standard di qualità garantiti dalle predette procedure, il TAR Lazio ha ribadito l’impossibilità di autorizzare l’elaborazione ed imbottigliamento di “Prosecco” frizzante e “Prosecco” spumante da parte dell’azienda tedesca.

Avv. Diana Tommasin

Obbligo di iscrizione nel Transparenzregister: cosa cambia per le società con sede in Germania

A partire dal 1° agosto 2021 è entrato in vigore in Germania il nuovo Registro per la trasparenza, c.d. Transparenzregister, in cui si restringe ulteriormente l’obbligo di registrare i dati di tutti i titolari di posizioni di controllo economico, c.d. wirtschaftliche Berechtigten, delle società di diritto tedesco. 

La riforma in parola costituisce una vera e propria rivoluzione per le imprese e società site in Germania, le quali vengono ora sottoposte ad un preciso obbligo di iscrizione in un diverso e ulteriore registro, al fine soprattutto di implementare le misure contro il riciclaggio di denaro. Ed infatti, sino ad ora gli obblighi di trasparenza previsti per le società si ritenevano adempiuti grazie alla c.d. Mitteilungsfiktion (finzione di condivisione) ai sensi del §20 comma 2 GwG (Geldwäschegesetzt, ossia la legge di contrasto al riciclaggio di denaro), in forza del quale bastava che i dati dei titolari di posizioni economiche di controllo risultassero da uno qualsiasi dei registri pubblici presso i quali le società hanno l’obbligo di iscriversi.

Con la riforma dello scorso agosto, invece, la c.d. Mitteilungsfiktion non trova più applicazione e, dunque, i dati dei titolari di posizioni economiche di controllo dovranno essere necessariamente iscritti anche nell’apposito ed ormai indipendente Transparenzregister, con il rischio di una sanzione che può arrivare sino ad euro 150.000,00 in caso di mancata registrazione.

L’obbligo di iscrizione nel Transparenzregister grava principalmente sull’Amministratore della società, il quale, atteso il generico dovere incombente sullo stesso di garantire e lavorare nell’interesse societario, dovrà occuparsi tempestivamente di effettuare le comunicazioni previste per legge. In caso contrario, la responsabilità per un’eventuale sanzione graverà necessariamente anche su quello, poiché venuto meno ad uno dei suoi più fondamentali doveri di Amministratore. Le società ed imprese saranno tenute dunque a riportare i dati dei wirtschaftliche Berechtigten, che vengono definiti ai sensi del § 3 comma 2 GwG come coloro i quali detengono più del 25% del capitale sociale, ovvero controllano più del 25% del diritto di voto o esercitano un controllo assimilabile alle ipotesi precedenti.

Alla luce della definizione normativa di wirtschaftlich Berechtigter di cui sopra emerge chiaramente l’intento del legislatore di mantenere quanto più ampio e vago possibile tale concetto, al fine di apprestare una tutela maggiormente incisiva e penetrante e lasciando così, di fatto, aperti grandi dubbi circa l’effettivo soggetto i cui dati devono essere per legge inseriti nel registro per la trasparenza. Sul punto, si consiglia e suggerisce un confronto attento con esperti del settore, i quali siano in grado di ricostruire nella maniera più approfondita possibile tale concetto, soprattutto alla luce delle costanti evoluzioni normative e giurisprudenziali in materia. L’obbligo di iscrizione nel Transparenzregister non si estende poi solo alle novelle società post – riforma, bensì anche a quelle già esistenti. Per quest’ultime, inoltre, il legislatore ha previsto dei periodi di transazione entro i quali provvedere a conformarsi alla nuova normativa, variabili dal 31 marzo 2022 sino al 31 dicembre 2022, a seconda del modello societario coinvolto.

A fronte dei grandi e incisivi cambiamenti introdotti dalla nuova riforma, si suggerisce di ricorrere all’ausilio di esperti del settore, come i professionisti dello studio A&R Avvocati Avvocati Rechtsanwälte, i quali grazie ad una pluriennale esperienza nell’ambito sia dell’ordinamento tedesco che italiano costituiscono con le loro conoscenze la bussola, grazie alla quale orientarsi in un panorama normativo nuovo e insito di dubbi e incertezze.

Avv. Valentina Preta

Condizioni generali di contratto nei rapporti internazionali: confronto tra Italia e Germania.

Le differenze ordinamentali in materia di condizioni generali rappresentano uno dei punti di maggior dibattito e criticità nei rapporti commerciali internazionali, soprattutto a fronte di un panorama giurisprudenziale ancora incerto e non uniforme. In un simile contesto, una fondamentale importanza assume la conoscenza del sistema giuridico con cui ci si raffronta e le comuni pratiche internazionali in materia.

Le condizioni generali sono termini contrattuali formulati in modo tale da trovare applicazione generalizzata in un numero indeterminato di casi. Il ricorso a tale strumento è molto diffuso nelle pratiche commerciali, soprattutto internazionali, attesi i molteplici vantaggi che lo stesso offre: redazione standardizzata, determinazioni delle condizioni in via del tutto unilaterale e soprattutto, possibilità di introduzione di clausole idonee a derogare in senso peggiorativo alle norme di legge poste a tutela della controparte contrattuale (c.d. clausole vessatorie)

Nell’ambito dei rapporti internazionali, l’impiego delle condizioni generali di contratto può generare situazioni di dubbio e smarrimento, a causa soprattutto dei differenti meccanismi previsti dai diversi sistemi ordinamentali coinvolti e applicabili.

Nel caso della Germania, le condizioni generali di contratto per essere considerate valide ed applicabili nello specifico rapporto contrattuale non necessitano di requisiti formali stringenti come quelli previsti dal diritto italiano.

In linea di massima, soprattutto nei rapporti tra imprenditori, affinché le condizioni generali trovino efficacia è necessario che il sottoscrivente sia messo nella possibilità di conoscere il contenuto delle condizioni stesse, non essendo previsto un obbligo generale di invio prima o al momento della conclusione del contratto, salvo che in alcuni specifici casi.

Il diritto tedesco, inoltre, consente altresì, sempre nelle relazioni tra imprenditori, di rinunciare alla presa visione delle condizioni generali e ciò può essere previsto generalmente in contratto. Ciò significa che, con la sottoscrizione del contratto, si potrebbe addirittura correre il rischio di trovarsi applicate delle condizioni di cui non si conosce affatto il contenuto e nulla si potrebbe opporre in merito, poiché in sede di conclusione del contratto si è rinunciato a tale possibilità, con assunzione di tutti i rischi derivanti.

Inoltre, pur se generalmente previsto l’obbligo di mettere nella condizione di conoscenza delle condizioni generali di contratto al massimo al momento della conclusione dello stesso, in alcuni casi, soprattutto a causa della complessità dell’operazione economica posta in essere, queste possono essere validamente richiamate anche in un momento successivo, come ad esempio in una lettera commerciale di conferma.

A ciò, si aggiunga che le c.d. clausole vessatorie, in Germania non devono essere necessariamente approvate con doppia sottoscrizione. Tale meccanismo, presente in Italia, consente un maggior focus sulla deroga che si sta operando, soprattutto considerato il regime di sfavore che da ciò deriva e dunque, favorisce anche, nel caso, una trattativa sul punto prima della sottoscrizione del contratto. Invece, in Germania, le clausole vessatorie rientrano nel normale corpus contrattuale e un non professionista del settore, incautamente e senza aver avuto l’opportunità di prenderne piena contezza potrebbe rinunciare ad importanti tutele giuridiche.

Pertanto, nell’ambito delle relazioni internazionali, soprattutto tra Italia e Germania, si raccomanda vivamente di prestare particolare attenzione alle condizioni generali di contratto. Sul punto, si consiglia di rivolgersi a professionisti del settore, con esperienza maturata nel settore in entrambi i sistemi giuridici di riferimento, sia quello italiano che quello tedesco.

Il nostro studio A&R Avvocati & Rechtsanwälte vanta una consolidata esperienza in materia, soprattutto nei rapporti commerciali italo-tedeschi, ed i nostri professionisti saranno in grado di assistervi in ogni passo necessario per la realizzazione dei vostri progetti.

Avv. Valentina Preta

Un importante chiarimento sulla possibilità di utilizzare sedimenti di alghe marine nella trasformazione degli alimenti bioligici con ingredienti non biologici di origine agricola

Con riferimento alla tematica del metodo di produzione biologica ed etichettatura, la Corte di Giustizia (C-815/19 – sent. CGUE del 29 aprile 2021) si è recentemente pronunciata su un caso che coinvolgeva un’azienda tedesca, la Natumi GmbH, che produceva bevande vegetali biologiche di soia e di riso, usando nella loro trasformazione un ingrediente non biologico costituito dai sedimenti essiccati e macinati di un’alga, il Lithotaminium calcareum, per arricchire le suddette bevande di calcio. Detta società, etichettava comunque detto prodotto come biologico.

Detta pratica veniva contestata dal Land Renania settentrionale-Vestfalia. In particolare, veniva contestato l’utilizzo di un minerale derivato da un’alga e ritenuto vietato nel processo di trasformazione di un prodotto biologico sulla scorta delle norme di settore con la conseguente erronea etichettatura.

La causa avviata dal Land tedesco proseguiva fino a giungere avanti il Bundesverwaltungsgericht. Quest’ultimo riteneva che l’esito della controversia dipendesse dall’interpretazione del Reg. CE n. 889/2008, inerente alle modalità di applicazione del Reg. CE n. 834/2007 recante le norme sul processo di produzione biologica, e procedeva a sospendere il procedimento, sottoponendo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (“CGUE”), ex art. 267 TFUE, le seguenti questioni, l’una logicamente consequenziale all’altra:

  1. Se l’art. 28 del Reg. CE n. 889/2008, disciplinante l’uso di determinati ingredienti non biologici di origine agricola nella trasformazione degli alimenti, in combinato disposto con l’Allegato IX, punto 1.3 del medesimo regolamento, debba essere interpretato nel senso da consentire l’utilizzo dell’alga in questione come ingrediente nei prodotti biologici;
  2. In caso di risposta affermativa al primo quesito, se sia permesso anche l’utilizzo di alghe morte;
  3. In caso di risposta affermativa al secondo quesito, se un prodotto contenente Lithotaminium calcareum e classificato come “bio”, potesse presentare in etichetta anche il claim “con calcio”, “con alga marina ricca di calcio”, “con calcio di alta qualità derivato dall’alga marina Lithotaminium.

Nella sentenza dello scorso aprile, la CGUE afferma che nei confronti del punto 1.3 dell’Allegato IX al Reg. CE n. 889/2008 bisogna ricomprendere anche le alghe marine. Esse possono essere considerate un prodotto vegetale non trasformato ergo un ingrediente agricolo e non un minerale, come invece sostenuto dal Land Renania settentrionale-Vestfalia. Astrattamente, il Lithotaminium potrebbe dunque essere utilizzato nella trasformazione dei prodotti biologici.

Tuttavia, la CGUE ribadisce come l’utilizzo di ingredienti agricoli non biologici debba essere subordinato all’applicazione dell’art. 19 nonché all’autorizzazione ai sensi dell’art. 21 del Reg. CE n. 834/2007 e, pertanto, l’art. 28 del Reg. CE n. 889/2008 e l’Allegato IX devono essere interpretati proprio sulla base della suddetta autorizzazione.

Di conseguenza, nonostante la classificazione del Lithotaminium quale ingrediente agricolo, l’interpretazione dell’art. 21 del Reg. CE 834/2007 in combinato disposto all’interpretazione dell’art. 28 del Reg. CE 889/2008 osta all’utilizzo di una polvere ottenuta dai sedimenti dell’alga in questione in quanto la stessa non risulta indispensabile per la produzione o conservazioni delle bevande di riso e di soia prodotte dalla Natumi GmbH né tale ingrediente consente di garantire il rispetto dei requisiti dietetici di base previsti dalla normativa unionale.

Infatti, la CGUE specifica altresì che, se si consentisse l’uso del Lithotaminium nel processo di trasformazione dei prodotti biologici solamente sulla scorta dell’art. 28 del Reg CE n. 889/2008, si rischierebbe di eludere il divieto di cui agli artt. 19 e 21 del Reg. CE 834/2007 andando a rendere inoperanti le rigorose regole previste in materia di produzione biologica.

In conclusione, la CGUE, affermando che la polvere ottenuta da sedimenti dell’alga marina Lithotaminium, ingrediente non biologico di origine agricola, non è utilizzabile nelle bevande biologiche di soia e riso ai fini del loro arricchimento in calcio, risponde negativamente ai tre quesiti posti dal Bundesverwaltungsgericht, avallando, sebbene con argomentazioni differenti, la posizione del Land tedesco.

Questa pronuncia della CGUE va ulteriormente a chiarire che il processo di produzione biologico debba essere rigorosamente rispettato in tutte le sue norme, lungo tutta la filiera, al fine di perseguire l’essenziale scopo di sostenibilità ambientale, utilizzando un corretto uso dei claims alimentari e riportando una corretta etichettatura a tutela della fiducia dei consumatori.

Per apprezzare nella loro interezza le argomentazioni della CGUE qui semplificate per una più facile fruizione del lettore, si consiglia la lettura della sentenza di cui ai link sottostanti, in italiano e in tedesco:

Sentenza in lingua italiana

Sentenza in lingua tedesca

Avv. Diana Tommasin

Indennità per il distributore in Germania e possibili influenze sul diritto italiano

Il mercato attuale ricorre sempre più spesso ai c.d. contratti di distribuzione, strumento efficace e pratico per l’espansione di rapporti commerciali soprattutto a livello internazionale. Il ricorso a tale istituto ha comportato anche il configurarsi di una serie di questioni, la cui rilevanza appare quantomai attuale, soprattutto in forza dei diversi scenari giurisprudenziali configurabili. Una delle questioni sicuramente di maggior interesse è costituita dal riconoscimento del diritto all’indennità per il concessionario, a seguito di cessazione del rapporto di distribuzione, già operato dalla Giurisprudenza tedesca sulla scorta di un parallelismo con il contratto di agenzia. 

Le due fattispecie, distribuzione ed agenzia, infatti, pur se a livello teorico distinte tra loro, a livello fattuale e sostanziale possono estrinsecarsi in maniera molto simile sino a giungere ad un’equiparazione delle discipline giuridiche. Per quanto concerne il piano concettuale, il contratto di distribuzione è quel negozio con il quale un operatore economico si impegna a promuovere la vendita dei prodotti forniti da un produttore, per ottenerne opportunità di guadagno. Tale specifico negozio si caratterizza per essere costituito da una serie di rapporti di compravendita, in quanto il concessionario acquista i beni dal produttore al fine di ottenere il guadagno dovuto dalla differenza fra il prezzo di vendita e quello di acquisto. In sostanza, il contratto di distribuzione parrebbe fondarsi, almeno in apparenza, rapporti autonomi.

Di contro, invece, nel contratto di agenzia, l’agente assume stabilmente l’incarico di promuovere, per conto del “preponente”, contro retribuzione, la conclusione di contratti di zona determinata.  In questo caso, il rapporto tra le parti, pur non essendo di natura subordinata, non può neppure definirsi di natura autonoma. Ed infatti, nell’ipotesi del contratto di agenzia l’agente, soprattutto ove si tratti di prestazione di opera continuativa e coordinata, pur non trovandosi in una posizione di dipendenza verso il preponente meno forte rispetto a quella del lavoratore subordinato, di certo si trova in una più vincolante rispetto a quella dei rapporti autonomi, secondo il modello della parasubordinazione. Da ciò, discendono diverse conseguenze sul piano giuridica, tra cui l’indennità di cui all’art. 1751 c.c., così come modificata in seguito all’entrata in vigore della Direttiva comunitaria 86/653/CEE del 18 dicembre 1986, dovuta ogniqualvolta l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti.

Sul versante fattuale e sostanziale, invece, la realtà quotidiana mostra molto spesso come la situazione di fatto sottostante al rapporto di distribuzione non è di per sé molto diversa da quella di un contratto di agenzia. Ciò accade soprattutto nell’ipotesi in cui il concessionario abbia strettamente legato la propria attività professionale all’esistenza del contratto di distribuzione, allineando la propria attività con quella del produttore o del fornitore, a volte con notevoli mezzi di capitale proprio, assicurando altresì per un significativo lasso di tempo il proprio fatturato, ma non da ultimo anche quello del produttore, acquisendo nuovi clienti. In situazioni simili, a ben vedere, il contratto di distribuzione di per sé non pare più fondato su rapporti sostanzialmente autonomi, ma su quel modello ibrido di rapporto parasubordinato in cui rientra proprio il contratto di agenzia.

Sul punto, la Giurisprudenza tedesca, atteso proprio il parallelismo non solo fattuale, bensì anche sostanziale tra le situazioni ed i rapporti sottostanti, si è fatta interprete di un orientamento divergente rispetto a quella italiana.

Ed infatti, i Giudici teutonici sono giunti a riconoscere il diritto all’indennità anche per il distributore nelle medesime ipotesi in cui questa viene riconosciuta all’agente ai sensi del § 89b HGB (codice commerciale tedesco), come promunciato esemplariamente con sentenza della Corte suprema federale, del 13 gennaio 2010, VIII ZR 25/08.

A tal proposito, la Giurisprudenza consolidata della Corte suprema federale, si è espressa nel senso che la disposizione del § 89b HGB debba trovare applicazione anche nel caso del distributore,  se il rapporto giuridico tra lo stesso e il produttore o il fornitore non è limitato a un semplice rapporto acquirente-venditore, ma il distributoreera integrato nell’organizzazione di approccio del produttore o del fornitore in modo tale, che doveva svolgere compiti economicamente paragonabili a quelli di un agente commerciale in misura considerevole e, d’altra parte, il produttore è obbligato a trasferire la sua base di clienti al produttore o fornitore in modo che quest’ultimo possa immediatamente e senza ulteriori indugi utilizzare i vantaggi della base di clienti alla fine del contratto.

I requisiti per la sussistenza del diritto all’indennità in parola, dunque, sono principalmente due: l’integrazione nell’organizzazione delle vendite e l’acquisizione della base dei clienti.

Per quanto concerne il primo, esso viene riconosciuto anche sulla scorta di una mera presunzione, soprattutto ove gli obblighi del concessionario corrispondano almeno in parte a quelli di un agente, specialmente nel caso in cui il concessionario abbia altresì assunto ulteriori obblighi aggiuntivi di promozione delle vendite.

In merito all’acquisizione della base dei clienti, essa consiste nel beneficio che il produttore trae dall’attività del concessionario una volta venuto meno il rapporto di distribuzione. A tal proposito, la Giurisprudenza tedesca tende a riconoscere la sussistenza di tale requisito ove il concessionario sia stato tenuto, in forza delle disposizioni contrattuali, ovvero di rapporti di cortesia e prassi tra le parti, a comunicare i dati dei propri clienti al produttore.

Una volta accertata la sussistenza dei predetti requisiti, l’indennità riconoscibile in capo al distributore viene determinata alla stregua delle disposizioni relative al contratto di agenzia ai sensi del § 89b (3) HGB, ossia sulla base delle cifre di fatturato dell’ultimo anno contrattuale prima della cessazione del rapporto contrattuale.

Il panorama sopra descritto configuratosi nel diritto tedesco, non può però dirsi uno scenario a sé stante, in quanto potenzialmente riconducibile anche al sistema ordinamentale italiano, soprattutto considerato che la Direttiva comunitaria 86/653/CEE del 18 dicembre 1986 e, dunque, l’art. 1751 c.c., sono plasmati proprio sulla norma di cui al § 89b HGB. Ed infatti, i regimi di indennità di cui alla Direttiva sono stati modellati proprio sulla scorta del modello legislativo di cui al § 89b HGB, oltre che a quello francese. Attesa tale circostanza, non pare del tutto peregrina l’ipotesi di uno sviluppo anche del diritto italiano in tal senso, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In materia di contratti di distribuzione, dunque, si rivela di fondamentale importanza l’ampia conoscenza del sistema non solo italiana, ma altresì europeo, nonché tedesco. Infatti, proprio muovendo da quest’ultimo, si possono immaginare diversi scenari, nonché rimedi e tutele all’uopo prospettabili.

A tal fine, si suggerisce di ricorrere, dato anche il forte impatto economico di una possibile indennità di fine rapporto, all’assistenza di esperti del settore, proprio come i professionisti dello studio A&R Avvocati Rechtsanwälte, in grado di cogliere le diverse sfumature dei sistemi giuridici coinvolti, nonché i molteplici parallelismi interpretativi, elementi grazie ai quali muoversi con maggior certezza nel vasto campo dei contratti di distribuzione.

Avv. Valentina Preta